(Pov Castiel)
È ormai buio
quando rientriamo in paese.
Non ho fatto
altro che guidare ripensando al discorso surreale che abbiamo avuto. “Voglio
che lo faccia tu, voglio perdere la verginità con te, voglio che sia tu il
primo.” Queste parole sono scolpite nella mia memoria e continuano a martellarmi
il cervello, come una dannatissima goccia d’acqua che continua a cadere
costante nello stesso identico punto, ancora e ancora. “Voglio che lo faccia
tu, voglio perdere la verginità con te, voglio che sia tu il primo.”
Basta! Basta! BASTA!
Accelero ancora e lei mi stringe di più, la mano appoggiata sulla mia pancia,
le tette che premono sulla mia schiena. Non indossiamo i giubbotti perché non
pensavo di star fuori così tanto, quindi sento distintamente le sue bellissime
tette piene e sode sulla schiena e le sue cosce che stringono le mie. Come se
non bastasse, ce l’ho duro da quando ha detto “Allora aiutami!”. Lui, il mio
uccello, l’ha capito prima del mio cervello cosa voleva dire Emily ed è
scattato subito sull’attenti. Fare l’amore con lei è la cosa che più desidero,
da sempre. Sono innamorato di lei dalla prima volta che l’ho vista. Quando con
quei ridicoli codini sbilenchi cercava di fare un castello di sabbia riempiendo
un secchiello e appoggiandolo a terra rovesciato. Poi, tutta concentrata,
batteva delicatamente sul fondo del secchiello e lo sollevava pian piano per
non rovinare il suo capolavoro di ingegneria. Il problema è che usava sabbia
asciutta e quindi, ogni volta che levava il secchiello, la sabbia scivolava
fuori e il castello si scioglieva. Sette volte. Ci ha provato per sette stupide
volte e, se non avesse percepito la mia presenza, sarebbe andata avanti tutta
la mattina, da tanto era concentrata e convinta di quello che stava facendo.
Poi si girò. Mi vide, venne verso di me tutta sorridente con quel visino
delicato e bellissimo da folletto e, con una voce angelica e un sorriso
adorabile, mi chiese “Che cazzo guardi?”.
Quella mattina
le insegnai a fare i castelli con la sabbia bagnata e lei, quando riuscì a fare
il primo tutto da sola, mi diede un piccolo bacio a fior di labbra. M’innamorai
in un istante e ricordo che pensai che, quando saremmo stati grandi, sarebbe
stata mia.
Ci ho pensato
spesso a rischiare la nostra amicizia per averla tutta per me. Il suo viso così
dolce, con quei bellissimi occhi blu, i capelli color cioccolato mossi e lunghi
fino a metà schiena, che a volte raccoglie in una coda lasciando scappare
qualche ciocca ribelle. Per fortuna non è fissata con la dieta e il suo fisico,
morbido e ben proporzionato, ha tutte le curve al posto giusto. E che curve! A
volte facciamo la gara a chi mangia più gelato, come quando avevamo dieci anni.
Naturalmente vincerei sempre io, ma a volte mi piace lasciarla vincere, sennò
non giocherebbe più e mi perderei quella bellissima espressione soddisfatta.
Lo so che nel
sesso non ha esperienza, a parte quella notte di un anno fa in cui ci siamo
coccolati in camera mia. Sento ancora i suoi respiri, la sua voce quando ha
bisbigliato “lascia fare a me”. E, come allora, mi manca il respiro e il mio
cazzo ha un’impennata.
Non so perché
non abbia mai avuto una storia seria con un ragazzo: è splendida, simpatica,
dolcissima. È inconsapevolmente bellissima e sembra una ballerina da tanto è
aggraziata e sinuosa nei movimenti.
Quando mi
racconta che qualcuno ci ha provato o l’ha invitata fuori, dice ogni volta che
ha rifiutato. Le chiedo il perché e lei mi guarda negli occhi seria, rispondendo
sempre «Non è il ragazzo giusto.» Come con Robert, il suo ex. Le chiesi perché
avesse rifiutato e lei fissò lo sguardo nel mio e rispose ancora una volta «Non
è il ragazzo giusto.» Le feci notare per l’ennesima volta che, se non gli avesse
dato una possibilità, non avrebbe potuto esserne certa. Allora ci uscì, forse
più per far contento me che lei stessa. Sono stati insieme qualche settimana e
quando le chiedevo come andava con lui, ripeteva sempre «Non è quello giusto.»
In quel periodo ero sempre incazzato e nervoso: da un lato ero contento che gli
stesse dando una possibilità ma, dall’altro, se pensavo a lui che la sfiorava, avevo
solo voglia di riempirlo di botte e strappargli le mani.
E adesso?
Adesso mi chiede di… aiutarla a perdere la verginità. Porca miseria, darei un
rene per aiutarla! E anche la mano
sinistra. E probabilmente anche un occhio.
Ma mi sembra
di approfittare di lei e del momento che sta passando. Come amico dovrei farla
ragionare, dirle di aspettare e bla bla bla.
Ho deciso: le
dico che non ci sto. È troppo rischioso, potrebbe pentirsene e sarebbe il primo
passo per rovinare la nostra amicizia. Non potrei vivere se la perdessi, non è
solo la mia migliore amica, è la mia coscienza, la parte migliore di me, la mia
valvola di sfogo e la mia metà. Quella migliore.
Parcheggio nel
vialetto davanti casa e spengo il motore con un sospiro. Lei mi sta ancora
stringendo forte. Appoggio una mano sulle sue e mi rendo conto che sono
ghiacciate. Cazzo! Mi volto verso di lei e la chiamo «Em? Emily? Tutto bene?»
In quel
momento la sento rabbrividire e battere i denti sotto al casco, lentamente
slaccia le mani dal mio stomaco e scende dalla moto facendo qualche passo
traballante. «Scusa, sono un idiota. Dovevo riportarti a casa prima…»
Scendo anch’io
e l’abbraccio, passando velocemente le mani sulle sue braccia per tentare di
scaldarla almeno un pochino.
«M-m-ma t-tu
nnnon hai f-f-freddo? P-p-prat-ticamente l’aria f-f-fredda te la s-s-sei presa
tu-tutta tu…»
«Avevo troppi
pensieri in testa per rendermi conto del freddo, tesoro, scusami.»
«A-a-almeno è
servito a farti p-prendere la d-decisione giusta? Accetti?» I suoi occhi sono
un po’ lucidi per il freddo ma sono carichi di speranza.
Le spezzerò il
cuore, ma devo rifiutare.
«Allora? Lo
farai?»
No. «Sì.»
Cazzo! Che ho fatto?
Lancia un
gridolino a una frequenza assurda, sicuramente ha sfiorato gli ultrasuoni e tra
pochi secondi arriveranno in branco tutti i cani del vicinato. Mi salta al
collo abbracciandomi così stretto da togliermi il respiro, continuando a
ripetere «Grazie! Grazie! Grazie! Grazie! Grazie!» come una pazza e io, l’unica
cosa a cui riesco a pensare, sono le sue tette premute contro il mio petto.
Sono proprio un idiota!
Quando smette
di saltellarmi attorno e mi lascia prendere fiato, stringo le sue mani tra le
mie e la guardo negli occhi. Potrei morire in quegli occhi blu, intensi e caldi
nonostante il colore tipicamente freddo. Apro la bocca ma non ricordo
assolutamente cosa volevo dirle.
Porca miseria!
Mi sto fottendo il cervello da solo.
Finora sono
riuscito a mascherare quello che provo per lei, ma i discorsi di oggi mi stanno
destabilizzando in un modo che non avrei mai creduto possibile.
«Cosa?»
chiede, rimanendo in attesa.
Basta una sola
parola pronunciata da quelle labbra così perfette, con quella voce meravigliosa
per riattivare il mio cervello. «Però, alle mie condizioni. O si fa come dico
io o non se ne fa niente.»
«Certo! Tutto
quello che vuoi, basta che lo facciamo!» Il suo entusiasmo è alle stelle e, a
quelle parole, anche il mio cazzo si sveglia, pronto a svolgere il suo compito
nel migliore dei modi.
«Emily, ti
prego, non dire così, che ho già gli ormoni in agonia!» La supplico.
«Ah, già, per
colpa mia hai saltato il tuo appuntamento con Becky. Ma sono sicura che ti
perdonerà e domani sarà ancora tua.»
Il suo tono è
seccato e forse… forse cela anche un po’ di gelosia. Ma no, cosa vado a
pensare, è solo che Becky le sta sulle palle.
«Non me ne
frega un cazzo di Becky! È per te che…» Zitto!
Non continuare e fai un bel respiro. «Dicevo, è questa situazione che mi
sta stuzzicando, non Becky. Comunque non sviare il discorso, questa sera metto
ordine alle idee e domani fissiamo le mie condizioni. Ok?»
«Mmmh, che
fai, mi prepari un contratto?» Ammicca facendomi l’occhiolino e, quando si morde
il labbro inferiore, il mio uccello ha un sussulto, come a voler gridare
“Presente!”
Mi strappa un
sorriso, «Ah-ah! Sì, certo, come no, corde e frustini.»
Di colpo mi
sento esausto e ho un gran mal di testa, così l’accompagno alla porta di casa.
«Ne parliamo domani dopo la scuola. Dammi qualche ora per organizzare le idee,
ok?»
Annuisce. «Va
bene. Intanto grazie, Castiel.» Mi appoggia un bacio delicato sulla guancia,
come sempre, ma questa sera lo fa in modo diverso: più intenso, più a lungo,
appoggia il corpo al mio e con una mano mi stringe un fianco. E mi eccita da
morire.
Entra in casa
e io ritorno sul vialetto di casa mia, porto la moto in garage sentendo il suo
sguardo addosso come una carezza. Sicuramente mi sta guardando da una delle finestre
di casa sua ma decido di non girarmi.
Chiudo il
portone ma non resisto, mi volto e lei è lì, alla finestra del salotto, mi
saluta con la mano e poi scompare dietro la tenda.
Mi aspetta una notte
molto lunga.
