Una Pagina Al Giorno è stato un esperimento, fatto dal gruppo FB
"FANFICTION FOREVER ITALIA" (che, nell'arco del tempo, ha cambiato
nome più volte) in cui si doveva pubblicare una storia suddivisa in piccoli
capitoli lunghi, più o meno, una pagina, per la durata di due settimane. Questo
è quello che ho scritto io. Buona lettura.
Una Pagina al Giorno – Cap.1
Sto suonando questo dannato
campanello da almeno dieci minuti. Ma chi me l’ha fatto fare? E perché non mi
viene ad aprire? Sono sicura che sia in casa, visto che me l’ha confermato
anche la sua vicina, l’arzilla signorina Mayer, conosciuta ai più come “La
Gazzetta di Seattle.”
Mentre aspetto ripenso alla prima
volta che l’ho visto, solo un paio di giorni fa.
Flashback
“Uno stridio di
gomme improvviso. Mi volto e vedo l’auto di Tyler che attraversa impazzita il
parcheggio dell’Università. Faccio appena in tempo a pensare che deve aver
perso il controllo a causa dell’alta velocità o di una lastra di ghiaccio, quando
mi rendo conto che sono sulla sua traiettoria.
Mi travolgerà in
pieno!
All’improvviso una
violenta spinta mi catapulta in avanti. Mi sento avvolgere in un abbraccio e,
quando ruzzolo a terra, non sbatto sul duro asfalto del parcheggio ma su
qualcosa di più morbido. Nello stordimento mi rendo appena conto di un corpo
avvolto in un giubbotto in pelle sotto di me. Poi solo confusione: gente che
urla, gente che accorre. Mi muovo e la persona sotto di me si alza. Dal
giubbotto nero spunta una mano davanti al mio viso, l’afferro e mi aiuta ad
alzarmi. Dita lunghe avvolgono le mie, una mano grande e calda mi si appoggia
sulla schiena per calmare il mio tremore. Due occhi si fissano nei miei, occhi
splendidi, limpidi, puri e impetuosi, di un colore indefinito che non è né
verde né azzurro. Il proprietario di quegli occhi incredibili ha un bel volto
dai lineamenti dolci, in netto contrasto con il resto di lui: alcuni piercing sul
viso, capelli scarmigliati e un giubbotto in pelle. Neanche il tempo di
ringraziarlo che se n’è andato, lasciandomi tra la folla accalcata a verificare
le nostre condizioni.
«Chi è?» chiedo subito
alla mia migliore amica Angela, accorsa preoccupata.
«Bella, come fai a
non conoscerlo? Seguite dei corsi insieme. È Edward Cullen, il ragazzo di
Jessica Stanley.»
Fine Flaschback
Non posso fare a meno di chiedermi
nuovamente che c’entri Jessica, ereditiera di una tra le più ricche famiglie di
Seattle, sempre curata, fine ed elegante, con lui, i suoi piercing e il chiodo
in pelle.
Faccio nuovamente trillare con
insistenza il campanello e finalmente odo un’imprecazione all’interno della
casa.
Uhm, forse era meglio non insistere, ma ormai è troppo
tardi. Sposto il peso da un piede all’altro, nervosa, mentre scorgo un
movimento dietro al vetro finemente lavorato della porta d’ingresso, che si
spalanca all’improvviso.
Una Pagina al Giorno – Cap.2
«Che
vuoi?» ringhia Edward.
Rimango
per un istante pietrificata ad osservarlo: gli splendidi occhi sono ridotti a
una fessura a causa della forte luce del sole del primo pomeriggio. I capelli sono
spettinati, come se fino a un istante fa fosse stato a letto e la maglietta
bianca è sgualcita, come se ci avesse dormito. Non mi lascia il tempo di scusarmi
per averlo disturbato che borbotta qualcosa di incomprensibile, si volta e
rientra in casa lasciando la porta aperta. Tentenno un attimo, poi lo seguo
nella fresca penombra chiudendo la porta alle mie spalle. Sale le scale senza
mai voltarsi indietro, dandomi modo di osservare per bene le sue spalle larghe,
la schiena ampia e forte, il sedere sodo e le gambe chilometriche avvolte in un
paio di pantaloni neri di cotone, i piedi scalzi. Nel tragitto sbadiglia più
volte confermando i miei sospetti sul fatto che stesse dormendo.
Oops!
Edward
mi indica la porta aperta di una stanza completamente buia. «Aspettami qua.»
mormora tra uno sbadiglio e l’altro.
Mi
inquieta entrare in una stanza buia in una casa che non conosco, così decido di
seguirlo. Lui si ferma all’improvviso con la mano sulla maniglia di una porta
chiusa e io finisco per sbattergli addosso.
Sbuffa.
«Devo fare pipì, sei sicura di voler venire con me?»
Indietreggio
imbarazzata, «Oh! No. No, ti aspetto di là.»
Si
chiude la porta alle spalle senza aggiungere altro. Ritorno alla stanza buia e
a tentoni trovo l’interruttore della luce.
È
una camera da letto. La sua. Con il grande
letto, ovviamente, sfatto. Mi dirigo verso la finestra e apro le imposte per cambiare
l’aria viziata e, nell’attesa, mi guardo attorno. Curiosando tra libri, cd e
dvd mi accorgo che abbiamo gusti simili. Sulla scrivania c’è più confusione:
libri di testo aperti e appoggiati l’uno sull’altro, quaderni, block-notes e
fogli svolazzanti con appunti in una calligrafia ordinata.
«Sei
venuta per farmi i compiti?»
Sobbalzo
e mi volto a guardarlo. I capelli sono ancora arruffati ma l’espressione è sveglia
e attenta.
Tentenno
impacciata prima di rispondere, «Scusa, non volevo ficcare il naso.»
«E
così, non solo mi butti giù dal letto, ma hai anche deciso che devo rimanere
sveglio?» mugugna indicando con un cenno del capo la finestra aperta.
Oops! «Volevi
tornare a letto alle due del pomeriggio?» chiedo confusa.
È
appoggiato con la spalla allo stipite della porta, le braccia conserte, le
gambe incrociate alle caviglie e mi fissa. Non capisco se sia arrabbiato o solo
sorpreso. Il suo sguardo è intenso e penetrante, così penetrante che mi sento
come se mi stesse spogliando con gli occhi. Per non lasciarmi intimidire lo osservo
con insistenza anch’io. Forse, però, sarebbe più corretto dire che non riesco a
staccare gli occhi dal suo bellissimo viso e dai suoi piercing. Due piccole
palline in metallo gli adornano il sopracciglio destro, un’altra il lato destro
del labbro superiore e un brillantino il lobo sinistro.
Dio! quant’è sexy! com’è possibile
che non l’abbia mai notato prima?
Dopo
lunghi secondi di silenzio scuote la testa, senza però abbassare lo sguardo,
«Si può sapere cosa vuoi? Non mi hai ancora detto perché sei venuta.»
Ah, giusto. Raccolgo lo zaino da terra, l’appoggio
sulla sedia e tiro fuori un grosso libro, porgendoglielo. «Il professor Pattinson
voleva fartelo avere. Crede che ti sarebbe utile per l’esame della settimana
prossima.»
Edward prende il libro e solo in quel momento noto un
tatuaggio sulla parte interna dell’avambraccio destro: è una scritta in una
lingua che non conosco, forse italiano. Mi fissa ancora. «Fammi capire: in due
anni che seguiamo gli stessi corsi non mi hai mai degnato di uno sguardo, e ora
vieni a casa mia solo per portarmi un libro?»


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